martedì 31 maggio 2011

Non tremare - poesia












Non tremare amore
nel gelido vento d’autunno.
Non tremare amore,
se senti vicino il distacco.
Non tremare amore
anche se sei come noi
solo una piccola foglia.

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Una poesia di AGO

lunedì 30 maggio 2011

Buio - racconto horror


È notte nel grande appartamento. il buio si è insinuato in ogni angolo. l’assenza di luce è forse riflesso dell’assenza dei sentimenti, dell’assenza delle parole e più in generale dell’assenza stessa. non c’è. fine.
L’uomo apre gli occhi e non vede niente. cioè vede il buio, che non è esattamente la stessa cosa. il buio è una condensazione di assenza davanti alle retine scoperte. le palpebre scostate hanno rivelato questo nero sciropposo che si è subito appiccicato agli occhi aperti. e l’uomo è rimasto cieco.
Ha per prima cosa tentato di allungare una mano tremante verso l’interruttore della luce. quella mano trema perchè l’uomo non si è svegliato per caso. è sicuro di aver sentito un rumore provenire da una stanza non meglio identificata. comunque un rumore che in piena notte non si dovrebbe sentire in una casa occupata in quel momento da persone che dormono e ricolma di buio. il rumore è sembrato un tonfo leggero. un piccolo colpo sul legno del pavimento ben lucidato. forse seguito da un tenue scricchiolio. non è certo. alcuni minuti passano. sembrano ore ma il suono non si ripete. l’uomo pensa di aver sognato ma il buio tutto intorno rimane. persiste col suo peso immenso e incorporeo.

sabato 21 maggio 2011

mercoledì 18 maggio 2011

Grido


Fai più attenzione donna!
Non mi vedi? Sono qui.
Sotto ai tuoi piedi





Una poesia di AGO

sabato 14 maggio 2011

Proxima - racconto di fantascienza

Siamo in viaggio da quasi due secoli ormai. Abbiamo attraversato la galassia per raggiungere la stella più vicina al Sole. Infatti eccola là: Proxima Centauri.
Gli scienziati e gli astronomi della Terra erano riusciti a scrutare al di là degli spazi siderali. Avevano visto dei pianeti ruotare stupidamente attorno a questa fiamma nel vuoto del cosmo, come falene attorno a una candela.
Così le agenzie spaziali americana ed europea avevano creato una nave spaziale, capace di affrontare un viaggio che nelle stime degli esperti sarebbe durato circa 40 anni, grazie ad un motore a ioni che le avrebbe impresso una spinta pari a quasi la metà della velocità della luce.
L’equipaggio era stato selezionato e contava cinquanta persone, tutti al di sotto dei venticinque anni di età. Venticinque uomini e venticinque donne. Tra le menti più geniali del nostro pianeta. Le venticinque coppie erano unite da una sorta di matrimonio scientifico. Dovevano accoppiarsi e procreare, così che la seconda generazione avrebbe potuto sbarcare su uno di quei pianeti. E colonizzarlo.

Richiesta di rimborso

Londra, 23 dicembre 1872,

Egr. Phileas Fogg, esq.,
mi chiamo Montgomery Hawthorne e sono anch’io, come sono certo Voi sappiate, un membro onorato del Reform Club.
Ho seguito con molta attenzione seppur discretamente come è mia abitudine, il susseguirsi degli eventi a partire da quel pomeriggio in cui Voi, l’ingegnere Andrew Stuart, i banchieri John Sullivan e Samuel Falletin, il fabbricante di birra Thomas Flanagan e l’honourable Gauthier Ralph avete stipulato quella, mi sia permesso di dirlo, stravagante scommessa.

Sono pronto

Sono pronto. Una nuova missione per me, che in fondo è uguale a tutte le altre. Ma non importa. Sono guidato da un potere superiore, che vede al di là delle azioni contingenti e mi conduce al fine ultimo.
Attraverso una selva oscura irta di pericoli mi incammino a passo sicuro verso la mia meta. Devo salvare la principessa e con lei tutto il Regno. Il destino di un’intera nazione è nelle mie mani. Sono pronto. Dunque cominciamo.
I primi nemici si avvicinano. Sono creature orribili uscite dall’incubo folle dello Stregone Nero. Mi attaccano con artigli e corna e bastoni, ma la mia spada è intrisa della magia bianca. Contro di lei non hanno scampo. A volte alcuni di loro mi colpiscono, ma per ora sono deboli e le ferite lievi. I veri pericoli devono ancora arrivare.

Ombrelli

Non ricordo la data precisa quando cominciò. Ma ho perfettamente in mente la prima volta.
Era una giornata di pioggia intensa. Dal mattino presto un terribile acquazzone infradiciava le strade e le persone di M…
Io uscii, non so se per lavoro o altro, quando decisi di fare una sosta ristoratrice prendendomi un caffé.
Sulla soglia del bar scossi il mio vecchio ombrello nero caratterizzato da un buco su un lembo e una stecca storta. Aprii la porta, mi avvicinai al portaombrelli e lo notai. Era un ombrello. Magnifico. La copertura di tela decorata da disegni blu su sfondo verde, il fusto di acciaio lucido e il manico in legno chiaro. Stava ordinatamente riposto legato col suo cintolino, risplendente sugli altri esemplari tristi e grigi. Scattò subito in me un fortissimo e strano desiderio di possedere quel meraviglioso oggetto, tanto la sua bellezza mi aveva ammaliato. Cercai di mantenere la calma, mentre docilmente mi accodavo agli altri avventori in fila per fare lo scontrino alla cassa. Intanto volgevo intorno lo sguardo cercando di indovinare quale fosse tra i clienti il possessore di quella meraviglia. Nel frattempo arrivai alla cassa e pagai il mio caffé, che sgomitando riuscii ad ordinare al barista.
Quello che mi rimaneva da decidere era quando sarei entrato in possesso di quell’oggetto, cioè quando agire. Il caso decise per me facendo entrare nel locale un gruppo di persone chiassose e vocianti. Finii il caffé in un sorso. Era bollente e ricordo che mi bruciai la lingua. Mi avviai all’uscita e con estrema noncuranza estrassi dal portaombrelli quella specie di dono. Subito fuori della porta col cuore in gola me lo aprii sulla testa, per poi allontanarmi a passi svelti. Ricordo che per paura di essere seguito, presi un tram a caso che stava arrivando e ne scesi dopo alcune fermate.
La mano con la quale reggevo l’Ombrello Meraviglioso, la sinistra, era illuminata di verde e blu. La tela filtrava la luce di questo scialbo mondo, colorandomi di sé. Ah, meraviglia!

Esci da casa. Precipitati fuori e fuggi da quell’odioso energumeno che hai sposato non so più perché. Ogni giorno le vessazioni che ella ti infligge diventano sempre più umilianti e tu sei prigioniero della tua incapacità di reagire. Puoi avere su di lei quest’unica piccolissima rivincita. Prendimi e usciamo. Ora che piove, mentre lei dorme ancora. Lasciale quell’altro striminzito ombrellino nero, che neanche la copre tutta. Certo, quando tornerai a casa lei ti aggredirà per questo, ma che t’importa. Per un attimo lei avrà pagato.

Mentre camminavo nella pioggia, montava in me uno strano sentimento di odio furioso verso quella creatura opprimente, che era mia moglie ma che non conoscevo.
Non andai al lavoro quel giorno, né a casa. Lo trascorsi camminando per le vie di una città affannata e fradicia, sotto certi aspetti sconosciuta, con quei nuovi ricordi e pensieri che mi affollavano la mente. Che non erano i miei ma era come se lo fossero! Nella mia testa, nella mia memoria e anche nella mia coscienza, due personalità, anzi due persone, si osservavano a vicenda e quasi combattevano per il predominio.
Non ricordo come tornai finalmente a casa. Infilai l’Ombrello Meraviglioso con un gesto automatico nel portaombrelli e mi occupai delle solite faccende domestiche non pensando a ciò che mi era successo. Seppur un certo disagio mi accompagnò fino alla notte.
Fu quasi con sorpresa che il giorno dopo mi riaprii sulla testa l’Ombrello Meraviglioso, che di nuovo mi inondò con gli strani pensieri del suo vecchio proprietario, che dovevano essergli rimasti impigliati dentro e che io in qualche modo percepivo.
Così accadde per vari giorni successivi, finche capitai in un bar molto al di fuori della mia solita zona. Entrando riposi l’ombrello all’ingresso insieme agli altri, per poi ordinare qualcosa e sorseggiando (non so cosa fosse, ma ho chiaro il ricordo di quell’idea che nacque mentre ingerivo un liquido caldo), mi venne in mente di cambiare l’Ombrello Meraviglioso con un altro. Forse una prima scintilla scoccò quando vidi nel portaombrelli un esemplare di un bel rosso vivo e di dimensioni fuori dalla norma, che faceva bella mostra di sé tra gli altri. Pagato il conto mi diressi all’uscita e lo estrassi contemporaneamente lanciando un’occhiata agli avventori. Quando le dita si strinsero attorno al manico, incrociai lo sguardo della proprietaria, una ragazzetta bruna dall’aria scialba e un poco volgare. Fu un attimo, il tempo di un respiro e già ero fuori con il Nuovo Ombrello Meraviglioso sulla testa. Ero rosso alla sua luce.

Che fatica tutti i giorni la scuola, con quel ragazzo antipatico che ti prende in giro e ti ferisce chiamandomi brutta. Poi il pomeriggio nel negozio di tua madre a sfacchinare, senza una minima riconoscenza in cambio. Nel sonno abbracci la tua bambola di pezza, unica amica nelle notti insonni. Intanto sogni l’amore, una vita felice che non avrai mai, che sarà stata sempre, come ora, infelicità e amarezza.

Quei pensieri di paura, speranza e tristezza mi penetrarono la mente con tale violenza che ne fui sopraffatto. Chiusi il grande ombrello rosso quasi ansimando. Volevo cambiare ancora vita.
Fortunatamente potevo farlo semplicemente cambiando ombrello e assaporando i nuovi pensieri e i nuovi ricordi che vi avrei trovato impigliati.
Per essere sicuro di trovare felicità nell’ombrello, andai in una zona molto chic della città ed entrai in un’elegante sala da tè. Entrò ad un certo punto un giovane dall’aspetto affascinante con l’aria di chi è sicuro di sé. La copertura del suo ombrello era di uno spesso tessuto di un intenso bruno caldo, con il fusto ed il manico in legno chiaro. Decisi di prendere a lui ciò che a me mancava.
Tale era il bisogno di sbarazzarmi della soffocante angoscia della mia vita opprimente, che senza il minimo ritegno entrai nel locale, scambiai gli ombrelli e uscii.
La pioggia bagnava il mondo intorno.

Sei un manager rampante di una importante società. Incedi tra la gente che ammira i tuoi  modi sicuri e risoluti. La tua vita è un susseguirsi di impegni di lavoro, di feste con gli amici, di incontri galanti e tuttavia è vuota. Dove sono gli amici, dove le donne che dicevano di amarti? Quale è in definitiva lo scopo della tua vita? Il divertimento, i soldi, il sesso sono solo schermi dietro ai quali nascondere un egoismo fine a se stesso. Dove sono tutti quando hai bisogno di aiuto, quando nelle sere solitarie la tristezza ti prende con le sue dita di ghiaccio lacerandoti l’anima?

No, non era possibile! Di nuovo mi precipitai in un altro bar,

Hai ancora tradito tuo marito? Ti senti in colpa, vero? Ma non puoi farne a meno.

E in un altro ancora.

Anche oggi hai pianto, per quella ragazza che non ti guarda nemmeno?

E poi in un altro quel giorno e nei giorni successivi.

Sei solo un piccolo uomo con un piccolo lavoro. Ti senti schiacciato, eh?

Fui uomini, fui donne, fui vecchi e giovani. Ma mai più fui me stesso e ogni giorno innumerevoli volte provai il disagio e il dolore, la tristezza e raramente un barlume di felicità, soffocato e spesso crudele. Sentii le ansie e le angosce di gente che furono me, di vite che divennero la mia, di cui io mi appropriai rubandone frammenti impigliati a quei testimoni silenziosi e memori che sono gli ombrelli.
Ora mi trovo qui senza neanche sapere chi io sia. Solo un ricordo veramente mio è rimasto. Quel vecchio ombrello nero con un buco su una falda e una stecca storta, smarrito chissà dove, che forse trattiene ancora con sè una piccola parte di me.

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Tentativo estremo


Nello scantinato l’odore più forte è quello dei vapori acidi che si sprigionano dagli alambicchi dentro ai quali sobbollono da ore alcuni strani liquidi. Sotto ad essi i fornelli ad alcool forniscono un calore misurato e costante. Perfetto per questo genere di lavori.
L’uomo scende le scale aspirando con voluttà quegli odori. Sa cosa significhino. Sono il frutto di mesi di fatiche e preparazioni, che ora sono giunte a compimento.

Al mattino la sveglia emette il solito grido angosciato. Marco allunga la mano e la spegne accompagnando il gesto con un grugnito lamentoso. Dopo un attimo è sveglio e vigile.

Nekomata


Eravamo in viaggio già da diverse ore, quando cedetti i comandi al mio copilota. Dovetti svegliarlo rudemente, perché le emozioni della partenza e la tranquillità del viaggio avevano avuto l’effetto di far precipitare lui e metà della squadra in un sonno profondo.
Sasaki Hiroshi si svegliò stiracchiandosi e strofinandosi gli occhi cisposi.
Siamo arrivati, Capitano? mi chiese ammiccando, col suo forte accento di Hokkaido.
Certo che no! sbottai. La stanchezza aveva sempre avuto su di me un effetto più che deleterio. Stiamo sorvolando l’oceano e se avessi la cortesia di svegliarti , potrei riposare un poco anche io.
Agli ordini! rispose Hiroshi sarcastico. Non avrei permesso a nessuno di usare quel tono, ma le numerose missioni compiute insieme ci avevano legato tanto da non essere più capitano e copilota, ma quasi fratelli.
Una volta ragguagliato Hiroshi sulla nostra posizione, gli ricordai la rotta da seguire e di chiamarmi dopo tre ore, in modo da potergli dare il cambio. Avremmo continuato così fino alla meta, in modo da essere entrambe riposati ed al massimo dell’efficienza.
Mi alzai dal sedile di comando accarezzando con un dito la fotografia di Sato Harumi la mia fidanzata, che mi aveva atteso per così tanti anni mentre io ero impegnato in guerra. Le avevo scritto una lettera prima di partire. Quanto l’amavo!
Raggiunsi stancamente i sedili nella parte centrale dell’aereo, che erano reclinabili proprio per permettere un riposo confortevole. D’altra parte ero talmente stanco che avrei dormito anche appoggiato ad un lavandino!
Mi sedetti accanto a Yamakuro Takao, l’autore di questo capolavoro di ingegneria. Aveva personalmente progettato e realizzato tutte le modifiche dell’aeromobile Nakajima G5N Shinzan che ci avrebbero permesso non solo di attraversare l’oceano senza scalo, ma anche di completare la nostra missione con la precisione di un chirurgo. Aveva aumentato il serbatoio, creato impianti per il raffreddamento dei motori, aumentato i flap e la portanza dell’aereo, fino a renderlo maneggiabile come un’automobile. Avremmo puntato il bersaglio e colpito senza il minimo errore.
Una volta avevo notato Takao accarezzare distrattamente una ruota del carrello del nostro bombardiere e mormorare qualcosa, nel tipico atteggiamento di un innamorato. Questi ingegneri hanno davvero uno strano rapporto con le loro macchine! Takao svolgeva anche la funzione di addetto al radar ed alle comunicazioni, mentre l’artigliere Fukuoka si sarebbe preoccupato di Nekomata.
Nekomata era ciò che stavamo trasportando. Attraverso i cieli e sopra le onde. Nekomata sarebbe arrivato al suo obiettivo, ponendo termine a questa terribile guerra. Il Giappone avrebbe trionfato sull’America e avrebbe dominato l’Oceano e metà del pianeta Terra.
Nekomata era una bomba. Atomica. In quegli stessi giorni anche gli alleati tedeschi avrebbero sganciato bombe simili su Londra e Mosca. La guerra sarebbe terminata in un tripudio di fuoco. Il sole avrebbe visto nascere sulla Terra i suoi stessi figli, mentre i nostri nemici sarebbero capitolati senza mai più risollevarsi.
Il piano era semplice e ardito allo stesso tempo. Ci saremmo diretti verso gli Stati Uniti d’America con una rotta ad arco, in modo da evitare più possibile la flotta nemica con la sua contraerea. Una volta giunti nello spazio aereo americano, il nostro obiettivo sarebbe stato il parco di Yellowstone. Perchè proprio Yellowstone? I nostri scienziati ci avevano indicato il cratere di Mammoth Hot Spring come un punto debole della crosta terrestre in territorio americano. Se i loro calcoli fossero stati esatti, e su questo ci si poteva scommettere, la crosta terrestre lì era sottile come una foglia secca. L’impatto della bomba e la sua forza esplosiva avrebbero creato una frattura di un’importanza tale da sconvolgere gli States, che avrebbero dovuto dichiarare la resa per permettere all’esercito di risolvere i problemi in patria.
Il Giappone avrebbe così esteso la sua influenza fino alle coste americane, se non oltre, e poi con un fronte finalmente silente, avrebbe potuto terminare la conquista dell’Asia orientale e meridionale. Sicuramente gli australiani, perdendo il loro alleato più potente, si sarebbero arresi e sottomessi all’Imperatore.
Così l’azione di quattro uomini avrebbe risolto il conflitto.
Ero fiero del compito affidatomi.
Appena mi stesi sul sedile mi addormentai, anche se i sogni mi impedirono di riposare.
Visioni tormentate di uomini e donne in fuga da un orrore terribile si affollavano nella mia mente. Mi sembrava di essere fermo sulla soglia di un evento terrificante. Loro correvano nella mia direzione, in fuga. Mentre mi superavano vedevo i loro volti straziati e le loro espressioni di panico. Alcune donne portavano al seno dei bambini piccoli, mentre altre tenevano per mano dei ragazzetti tutti pelle e ossa dagli occhi incavati e dalla pelle grigiastra, che a stento avrei riconosciuto come persone.
Improvvisamente all’orizzonte vidi una luce accecante e un istante dopo un’ondata di calore mi investì, lacerandomi la pelle. Il calore era così insopportabile e il dolore delle mie carni bruciate così lacerante che mi svegliai di soprassalto, ansante e grondante sudore.
Dovetti aver urlato, perchè gli altri mi guardavano spaventati a loro volta.
Tutto bene, Capitano? mi chiese Hiroshi dal posto di comando.
Si, maledizione, risposi con il sapore della bile che mi inacidiva la bocca. È stato solo un sogno. Cercavo di ricordare a me stesso che solo di un sogno si era trattato, anche se l’inquietudine che mi aveva serrato l’anima in una gelida morsa non voleva andarsene.
Bevvi un sorso d’acqua e affiancai Hiroshi.
Ha ancora tempo per riposare Capitano, mi disse sollecito, probabilmente notando l’espressione stravolta sul mio viso.
Non importa Hiroshi, credo che non riuscirei più a dormire, comunque grazie. Maledetto Tofu! Aggiunsi poi a mo’ di scusa, perchè mi vergognavo molto di aver mostrato una simile debolezza.
Le ore passavano con una lentezza esasperante.
Il silenzio radio che ci eravamo imposti per non rischiare intercettazioni e la via totalmente sgombra di pericoli, ci aveva lasciato praticamente liberi da ogni dovere. Per mantenere la rotta ci bastava solo qualche occhiata alla bussola e all’altimetro.
Fukuoka tirò fuori inaspettatamente una tavoletta per il Go con due sacchetti di pietre bianche e nere. Takao subito lo sfidò. Dopo aver preso il sacchetto di pietre nere, cominciò a disporle sul goban.
La partita durò quasi un’ora e vide la vittoria di Fukuoka, anche se di stretta misura. A quel punto mi sentì in dovere di brindare con un bicchierino di saké che mi ero portato a bordo all’insaputa dei miei superiori.
Il liquore caldo ci rinvigorì e tutti ci sfidammo in quell’antico gioco di strategia.
Alla fine vinse il sergente Fukuoka al quale spettò una doppia razione di saké.
Dopo alcune ore finalmente giungemmo in vista del territorio americano.
La linea della costa si profilava all’orizzonte come una bassa nuvola tempestosa. L’alba ormai prossima colorava il cielo di un rosso intenso. Salutammo il sole sentendoci veramente i suoi figli prediletti. Amaterasu ci baciava dolcemente coi suoi raggi e non potevamo che prenderlo come un dolce incoraggiamento.
Dalla conformazione del territorio e dal calcolo della nostra posizione capimmo di essere un po’ troppo a nord. Quasi in territorio canadese. Decidemmo allora di penetrare nello spazio aereo di quel Paese per evitare l’agguerrita contraerea americana.
Fu una buona decisione perchè non incontrammo nessuna resistenza. Quando giungemmo alle pendici occidentali delle montagne rocciose virammo verso sud alzandoci di quota. Seguimmo la dorsale montuosa fino al territorio americano.
I nostri aerei spia avevano mappato il territorio con una certa precisione, che ci permise dopo alcune rilevazioni di capire esattamente la nostra posizione.
Sotto di noi scorreva il territorio del Montana, ma non era quello il nostro obiettivo.
Dopo circa 26 ore di volo consecutive fummo in vista dell’obiettivo: i crateri del parco di Yellowstone.
Il nostro compito sarebbe stato quello di far esplodere la bomba Nekomata nel Mammoth Hot Spring, la più grande delle bocche eruttive del parco. Lì l’ordigno avrebbe dato il via ad una reazione a catena che avrebbe fatto risvegliare il vulcano addormentato sotto le montagne. I nostri scienziati avevano impiegato anni per rubare queste informazioni agli americani. Innumerevoli spie erano morte, per portare queste informazioni ed ora, grazie a noi, il frutto di un lavoro tanto impegnativo era pronto a cadere nelle mani dell’Impero del Sole.
Mi rivolsi ai miei compagni di viaggio:
Signori, noi tutti siamo giunti fin qui per portare a termine un’azione che non esito a definire eroica. Il nostro sacrificio sarà ricordato nei secoli. Gli Imperatori accenderanno incensi ricordando i nostri nomi, resi immortali dalle nostre gesta. Vi prego di andare ai vostri posti. Stiamo per scrivere la storia!
Con i petti colmi di emozionato orgoglio ognuno si dispose al suo posto.
Fukuoka si sedette sul suo sedile. Notai che chinò il capo e si raccolse in una silenziosa preghiera. La sua figura ebbe un tremito, quasi che sentisse su di sé il peso del mondo intero.
Io mi avvicinai alla cloche e con lo sguardo cercai il volto sorridente di Sato, così bella e spensierata, poi iniziai la discesa che ci avrebbe portato al nostro obiettivo.
Dopo alcuni minuti di volo, Hiroshi spezzò il silenzio annunciando: Eccolo lì!
Il cratere si apriva  lungo una vallata immersa nel verde delle foreste di conifere. Il fumo sulfureo che si alzava dalle pozze gorgoglianti era ben visibile nel freddo del mattino di montagna. Alcuni uccelli rapaci si stavano mollemente facendo trasportare dalle correnti ascensionali, in cerca di una facile preda.
Tutti scattarono d’improvviso, ripetendo per l’ultima fatale volta ognuno i propri compiti.
Io posizionai il velivolo su un piano orizzontale a circa cinquecento metri dal suolo nello stretto vallone che portava alle bocche eruttive. Circa due km prima dell’obiettivo.
Fukuoka si spostò alla posizione di lancio. Non aveva mai mancato il suo obiettivo in tutte le prove che avevamo fatto. Quando un giorno gli chiesi come diavolo facesse, lui mi ripose che semplicemente chiudeva gli occhi e sentiva il momento. Non so come facesse, ma era bravissimo.
A circa millecinquecento metri dall’obiettivo Hiroshi collegò un registratore e diffuse la musica celestiale dell’inno dell’Impero del Sole. I nostri cuori erano gonfi di orgoglio e di adrenalina.
Mille metri. Ci siamo, ragazzi. Siate pronti e orgogliosi di servire gli dei del Giappone. Ecco la gloria immortale!
Cinquecento metri. Fukuoka sganciò la bomba che si staccò dal suo alloggio con un ronzio mesto e scivolò fuori dalla stiva, compiendo una lenta caduta parabolica verso i geyser.
Zero metri. La bomba penetrò nella cavità accanto al geyser, scavando una fossa di quasi venti metri nel suolo. Potemmo sentire l’impatto dalla nostra posizione.
Quando fummo quasi a un chilometro dal punto di contatto, un rombo inaudito si levò dalla terra. Tutti ci voltammo pieni di terrore, mai avevamo pensato che l’effetto sarebbe stato di tale immensa potenza.
Diedi gas ai motori, tirando la cloche per guadagnare quota, mentre insieme agli altri mi voltai per osservare quel terribile spettacolo.
La terra si stava gonfiando, come una immensa bolla. Intanto il terreno tutto intorno al cratere formato dalla bomba cominciava a tremare e sussultare. D’un tratto tutto si illuminò di una luce accecante e subito dopo la bolla esplose in un’immensa colonna di fuoco e magma incandescente.
L’onda d’urto ci raggiunse, percuotendo l’aereo, svellendo le lamiere della fusoliera e delle ali. Persi il controllo e mollai i comandi.
Dietro di me sentì Fukuoka e Takao che urlavano, mentre Hiroshi imprecava violentemente.
Non sarebbe dovuto andare così.
Qualcosa non aveva funzionato a dovere oppure qualche calcolo era stato sbagliato.
Guardai un ultima volta la foto di Sato, che si stava accartocciando per l’immenso calore. Poi, insieme ai miei compagni, morì.

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Un racconto breve di AGO

Tunnel


Detesto questo passaggio. Quando devo uscire dalla metropolitana prendo sempre questo maledetto tunnel, lungo e stretto come un budello. Durante il giorno però sono attento a farmi precedere da qualche altro pendolare, che mi accompagna fino all’uscita. Quando rientro dall’ufficio presto è facile che ci sia qualcuno che deve compiere il mio stesso tragitto e che, ignaro, mi trascina fuori.
Di solito è così. Ma oggi no. Oggi sono uscito tardi, per finire una pratica. Ho preso la metro e sono sceso alla mia fermata. Sarà stata la stanchezza, oppure la fretta, sta di fatto che mi sono infilato in questo terribile tunnel senza pensarci. E mi sono trovato solo. Nessuno davanti a me. nessuno dietro. Quando il treno è ripartito ed è scomparso nella galleria, quando l’ultima eco del vento si è spenta nel buio dei binari, il tunnel si è riempito di un silenzio spaventoso.


Divieto d'accesso - racconto breve


Come non posso entrare?! Non c’è nessun motivo per cui debba rimanere qui sul cancello. Escluso. Ho fatto regolare richiesta domenica scorsa e adesso Lei mi tiene fuori? Non posso crederci...
Si sarà accorto spero che tutte le mie credenziali sono in regola. Ah, Lei si riferisce a quel fatto, eh? Ma suvvia avevo bevuto un po’ troppo e poi sa com’è... da cosa nasce cosa...
Se mi consente poi quella era proprio un gran pezzo di fica con due seni che urlano... Si, si mi scusi, modero il linguaggio. Comunque quella bella bionda (va bene così?) era tutto un ammiccare, un muovere la lingua nel bicchiere, uno strusciarsi durante il ballo, che secondo me, perfino lei avrebbe ceduto.


Ultimi pensieri


Un uomo era riverso a terra. Sotto di lui si allargava lentamente una grande macchia rossa. Tutto intorno c’erano persone urlanti e sconvolte. In lontananza si udivano le sirene delle auto della polizia e delle ambulanze in avvicinamento. Un poliziotto si avvicinò all’uomo a terra per tastargli il polso. Non era morto. Non ancora.

Fa freddo ora. Sta diventando buio. Non so più da quanto sono qui. Ho la sensazione di esserci da sempre ma la certezza che questo non sia possibile.

Zot!

È strano come le persone non si comprendano. Voi direte: per forza! Parlano centinaia di lingue e migliaia di dialetti. Hanno differenti tradizioni e storie. Sono lontani tra di loro innumerevoli chilometri. Non possono comprendersi.
Queste obiezioni sono indubbiamente vere, ma quello che intendevo è che persone della stessa nazione, della stessa città, perfino dello stesso quartiere non si capiscano. Hanno le stesse tradizioni, parlano la stessa lingua e abitano vicini tra loro. Tuttavia l’incomunicabilità rimane.
Dirò di più. Perfino le persone che abitano sotto lo stesso tetto, nello stesso appartamento, nello stesso letto non si capiscono. Per niente.





Beep


Quel giorno Andrea trovò un ragazzino dall’aria sperduta vagare per Piazza Duomo. La piazza era stracolma di ragazzini dall’aria stralunata, arrogante, sciocca. Ma quello attirò l’attenzione di Andrea, perchè sembrava boccheggiare come un pesce fuor d’acqua.
Nell’evidente intento di ritrovare un punto di riferimento, il ragazzino si guardava intorno. Fissava le guglie, fissava la Galleria, fissava il Palazzo Reale e le insegne dei negozi, passando dall’uno all’altro senza soffermarsi su nessuno in particolare.



mercoledì 11 maggio 2011

Alieno Metropolitano

Mi muovo in un mondo a me alieno,

osservando metropoli di sciocchi

pensieri traballanti.

martedì 10 maggio 2011

Autunno

Vuoto autunno

di oscure nuvole.

Pianto celeste.

sabato 7 maggio 2011

MEDEA 2011 - racconto breve

È questo il giorno più terribile. Mai la rosea Aurora avrebbe dovuto precedere il carro divino. Mai il sole avrebbe dovuto sorgere. Questo è il giorno più terribile. Ma non sarà così solo per me. Ti trascinerò nel dolore. Ti trascinerò nella disperazione. Ti lascerò in vita, strappandoti l’anima. Perché tu mi hai tradito.