venerdì 30 dicembre 2011

È guerra - racconto breve di fantascienza


I galeoni salparono dal porto spaziale di Bibractys. Sotto lo sguardo vigile del Teocrate.
Dal ponte dell’ammiraglia il capitano Nicandrus Darjii osservava le operazioni di manovra, covando orgoglio ed eccitazione. Finalmente, pensava.
Alcune parole del discorso del Teocrate gli rimbombavano nella mente, aumentando l’esaltazione per l’impresa. Ora porteremo la voce del vero Dio in tutto l’universo. Creeremo una nazione libera dalla schiavitù delle macchine e della scienza. Saranno gli uomini a possedere il mondo, non più gli scienziati!

martedì 27 dicembre 2011

Pensiero - poesia



Ecco nella sera il tenue lume
di un pensiero d’amore.
E mi volgo a te.

mercoledì 21 dicembre 2011

Senza riposo - racconto horror

Orrore. Sangue. Disperazione. Questa è la mia vita. Ora.
Prima di quel maledetto giorno erano baci. Lavoro. Famiglia. Amore. Maria.
Ora lei dov’è? Dove sta trascinando i suoi passi lenti, crudeli, inesorabili?
Mi sta cercando? Io la vorrei trovare e darle pace. Finalmente. Nonostante l’orrore e la paura.
Quando ci conoscemmo, mi ero appena laureato. Medicina, una tradizione di famiglia. Mi sentivo in obbligo di proseguire la strada di mio nonno e di mio padre, due luminari e professori universitari. La incontrai al mercato. Lei vendeva con la madre i frutti della terra e del duro lavoro.
Dopo mesi di incontri clandestini pieni di passione, annunciai alla mia famiglia il nostro matrimonio. Che creò scandalo. Dovetti letteralmente fuggire e mi trasferii in campagna. Nel paesino di lei.

lunedì 19 dicembre 2011

Psiche - Poesia



Inconsapevolmente rovinando
dall’alto grado dei miei ragionamenti
conobbi Amore.

mercoledì 14 dicembre 2011

L'esploratore - racconto breve


Mi avviai. La meta era distante. Lo sapevo. Non ne ero spaventato, perché una volta trovata, mi avrebbe ricompensato di ogni fatica.
Dall’alto del monte proseguii lungo il crinale. Da una parte e dall’altra due pozze di acqua ornate di lunghe erbe riflettevano le sfumature del cielo. Il costone si inerpicava di nuovo. Anche se sottile preferii scalarlo, piuttosto che aggirarlo. Avrei goduto di una magnifica vista sul territorio circostante.
Arrivato in cima non stetti molto a bearmi ma ridiscesi per l’erta, in fondo alla quale trovai una fossa circondata da morbidi rilievi.
Dalla fossa proveniva un alito di vento. L’aria calda e umida portava con sé il profumo di erbe e fiori.

lunedì 12 dicembre 2011

Verità Due - racconto breve

Antonio vede la ragazza seduta al bancone.
Cocktail Bar.
Sera.
Fuori Milano bagnata di pioggia.
Lei tiene il mento appoggiato alla mano. Sguardo perso.
Innocenza malinconica studiata a tavolino.
Sporca l’indice dell’altra mano col sale sul bordo della coppetta, leccandolo distrattamente.
Antonio spalanca la bocca. Lupo di Tex Avery. Mandibola sul tavolo. Lingua srotolata. Occhi fuori dalle orbite. Manca solo il fumo dalle orecchie, ma ha smesso di fumare, saranno ormai due anni.
Se fossimo anche solo un poco romantici, potremmo usare espressioni tipo “il cuore gli fa un balzo nel petto” oppure “il respiro gli si fa mozzo”. Ma fortunatamente non lo siamo.
Antonio si accorge che le sue discrete esternazioni sono state notate da lei, che però finge indifferenza. Anche di questo Antonio si accorge. Che l’indifferenza è solo finzione. Anche perché la coglie più volte a lanciargli rapide occhiate.

venerdì 9 dicembre 2011

Poso la bocca - poesia


Poso la bocca sulle tue labbra
piccole, sussurrandoti: voglio
ancora amore.

lunedì 5 dicembre 2011

Diecimila (scrivere 3) - racconto breve


Cammino senza guida in una foresta oscura. Qui non ci sono cartelli o segnali. Sento voci. Vedo luci. Non le riconosco. Sono fuochi fatui o focolari amichevoli?

Le stelle sono oscurate. Orientarsi è impossibile. Però procedo. Un passo dopo l’altro. Mi aiuterebbe conoscere la meta. In realtà proseguo senza.

Un suono mi porta certi pensieri. Lo seguo. Una folata di vento mi spinge da una parte. Vado.
Inciampo, naturalmente. Spesso.

Però, sempre, proseguo.
Ho nella mente le parole degli amici, che tentano di indicarmi la via. Di qua, di là, di su, di giù. Ma è poi giusto? Non dovrei forse sbattere da solo il naso contro un albero linguistico o precipitare in un crepaccio poetico? Da solo?

mercoledì 30 novembre 2011

lunedì 28 novembre 2011

La verità - racconto breve


Se questo fosse un normale racconto, lui guarderebbe lei sospirando. Appoggerebbe i gomiti al tavolino, la testa sulle mani e trarrebbe lunghi sospiri. Noterebbe le fioche luci che la illuminano a tratti. A volte gli occhi. Splendenti. A volte i seni convinti. I capelli d’oro ramato. Mossi. Lui penserebbe: è la anche questa sera. Non lo sa ma è lì per me.

Se questo fosse un normale racconto, lei starebbe seduta sullo sgabello, appoggiata al bancone. Girerebbe con studiata lentezza l’oliva nel Martini. Senza berlo. Non ancora. Penserebbe compiaciuta alle sere che ha passato solitaria. Allo sguardo di lui che più di una volta si è trovata appiccicata addosso e che lui ha distolto quasi imbarazzato. Penserebbe ai gesti. Sempre gli stessi. I vestiti no. Ogni sera diversi, sempre più ammiccanti. Lei avrebbe rispettato un codice di seduzione, che lui avrebbe inconsciamente interpretato e seguito.

giovedì 24 novembre 2011

Nebbie - poesia


Nelle nostre nebbie può capitare
di smarrir la via ma non c’è guida
che possa farci riveder le stelle.

martedì 22 novembre 2011

Il relitto - racconto di fantascienza

Il relitto rolla lento, trascinato da invisibili correnti. Il nulla intorno. Sulla fiancata che vediamo per prima non c’è niente di insolito. Tranne l’assenza di luci. Incontrare il cadavere di una nave, al buio, in mezzo al niente, mi ha sempre provocato un brivido. Non credo che mi ci abituerò mai.
Fred, il capitano, vuole circumnavigare il relitto da tutti i lati. Sulla fiancata opposta troviamo il danno. Un’enorme falla si apre nello scafo. Bocca spalancata. Urlo muto nel vuoto sordo. L’intera nave sembra un viso contratto dal dolore, morto nell’istante della suprema agonia. Morto nello spazio.
Il nostro lavoro è semplice. Noi recuperiamo. Le navi, i loro carichi. Qualche cadavere. Talvolta.

lunedì 14 novembre 2011

venerdì 11 novembre 2011

Il Re - favola

Un serpente abitava nel deserto. Preso da una strana boria, decise di diventarne il re. Uno per uno inseguì e divorò i serpenti suoi simili. Tra questi c’erano anche i suoi figli, alcuni dei quali riuscirono a fuggire. Anche la sua compagna fu vittima di questa sfrenata ambizione.

lunedì 7 novembre 2011

Un passo - racconto breve d'amore

Un passo. Un altro passo. Asfalto.
Un passo. Ancora. Pozzanghere unte. Merde di cane. Sono in città.
Un passo. Quanti con queste scarpe? Consumato il cuoio della suola. Consumato.
Il grigio intorno. Fauci voraci e luci al neon. Colori tristi. Lavati da una pioggia triste.
Il sole che era mio, ora tramonta solitario oltre le cime dei palazzi. Una volta il suo letto era il mare, e le montagne. Ora le nuvole di smog lo fanno smarrire. I cavalli sono morti. I cani fuggiti. Nessuno più ricorda la strada. È un miracolo che lui continui a sorgere e tramontare. Un miracolo inutile.
Un passo. Un altro passo. Non conosco la direzione, ma procedo. Un giorno la strada finirà, spero. La strada finirà davanti alla soglia della tua dimora. Io busserò, sperando che tu mi lascerai entrare.

domenica 23 ottobre 2011

Mura domestiche - racconto breve erotico


Elena sta lavando i piatti. Sembra spensierata. La schiuma profumata al limone deterge con efficacia. L’acqua calda porta via lo sporco. Spot pubblicitario ripetuto nella vita. Reclàmme domestica. Ogni tanto le scappa dalla labbra un accenno di canzone. Mugugnìo musicale.
Fuori dalla porta l’uomo si guarda intorno. Il corridoio del condominio è deserto. Gli appartamenti hanno occhi chiusi sul mondo. Davanti a se una porta. Chiusa anch’essa. L’uomo srotola il passamontagna nero che tiene in mano. Un’ultima occhiata in giro. Nessuno. Lo indossa e gira piano la maniglia. La porta si apre silenziosa su un salotto ben arredato. Divani, tv, libreria, qualche pianta. Dalla cucina proviene uno sciacquio e un canto sommesso.

venerdì 30 settembre 2011

Lo Scarabeo - favola

Lo Scarabeo costruì la sua casa sulla cima della collina. Che vista meravigliosa si gode da quassù, pensò volgendo lo sguardo intorno. Le case degli altri già si perdono nell’ombra del sottobosco, mentre noi qui siamo ancora pieni di sole, disse alla moglie.

giovedì 29 settembre 2011

La Vecchia Signora Aurelia - racconto breve


La vecchia Signora Aurelia se ne stava da giorni sdraiata nel suo letto. Noce scuro, sentore di naftalina e urina. Sentiva vicina la fine.
Ma qualcosa nel profondo le rodeva l’anima. Un’inquietudine. Una cosa che sola riusciva a tenerla aggrappata a questa vita.
Allungò la mano rattrappita e nodosa verso il comodino. Afferrò il campanellino  e lo scosse. Il tintinnio d’argento corse servizievole fuori dalla porta accostata, giù lungo le scale della grande villa, entrò in cucina e chiamò con la sua voce squillante la giovane Maria. La serva.
Maria attraversò le stanze della villa. Si fermò davanti alla porta. Si sistemò la cuffia sulla testa ed il grembiule. Pizzi bianchi, lavati a mano.
La Signora ha chiamato? chiese prima di aprire la porta.

sabato 24 settembre 2011

The Road - racconto breve

Hello?
Ciao Mac.
Hi.
Ho appena finito di leggere il tuo libro.
Which one?
La strada
Uh?
The road.
Ok.
Ma come ti viene in mente?
Uh?
No dico, prendi un mondo post atomico, dove la gente è regredita ad una violenza preistorica, dove la sopravivenza è garantita solo dallo scatolame e dal cannibalismo. Ci metti un uomo con il figlio. L’uomo  dà speranza al figlio, lo fa sopravvivere e gli dà uno scopo. Il fuoco. Portarlo dentro e forse trasmetterlo. Agli altri. Gli dice che loro sono i buoni e che devono raggiungere gli altri buoni al Sud. Il bambino dà uno scopo al padre: la sua sopravvivenza.

venerdì 23 settembre 2011

Ciao Amore - racconto breve d'amore

Ciao Amore. Forse credevi che le promesse sarebbero state vane. Forse credevi che ti avrei lasciata sola. Fermandomi sulla soglia mentre ti incamminavi per il più lungo dei viaggi. Non è stato così. Quell’ultima notte guardai nei tuoi occhi, rossi di febbre. Caldi di pianto. Ti parlai, ricordi? Guardammo il cielo. Ti indicai le costellazioni e le loro storie. Così te ne andasti. Con gli occhi rivolti alle stelle sei divenuta polvere. Ed io con te.

martedì 20 settembre 2011

Scrivere 2 - racconto breve

Quando si inizia a scrivere un racconto, di solito si parte da un’idea. Da un’impressione. Da una suggestione. Il foglio bianco (anche se digitale) ti osserva. Muto. Non ti giudica, ma è come se.
È un incontro di pugilato. Jab, diretto, finta. Soprattutto: finta.
A me capita quasi sempre di partire da uno spunto reale. Autobiografico. Non saprei scrivere di cose lontane, di suggestioni estranee. Per questo i luoghi, i personaggi, le situazioni hanno sempre un riverbero comune. Come una eco oppure un’assonanza.

giovedì 15 settembre 2011

Labbra - Haiku


Dopo l’addio
solo rimangono qui
labbra morbide

___
un haiku di AGO

mercoledì 14 settembre 2011

Ti piace, amore? - racconto breve


Sono pronto. Gli ingredienti sono pronti. E le mie mani. La mente è ancora divisa. Quello che è da fare. Per chi lo faccio.
La lavorazione è lunga. Misurare, versare, rimestare. Pensare, anche. Meglio se non troppo. Comunque.
Iniziamo. Apprestiamoci all’opra lenta. Che porterà ai sensi della finale usufruitrice non solo i gusti delicati e gli aromi bilanciati. Ma i miei sentimenti.
E ancora pesare, rompere, dividere. Il piano di lavoro si sporca. Nel lavello si gettano gli utensili che non servono. Nella vita non è lo stesso. Non getto le cose vecchie. Mai. Quando il vecchio giocattolo mi guarda, o il vecchio libro, io ricambio. E so che ho avuto un passato.

sabato 10 settembre 2011

Roma - Poesia


Il Tevere rode piano le pietre
di Ponte Milvio. Il parapetto
di biondo travertino mi sostiene.
Rovente nel sole giallo d’agosto.

lunedì 5 settembre 2011

Un pensiero - racconto breve


Ecco qui. Stasera.
Io e loro insieme, per inaugurare questo nuovo anno. Lo sport, la scuola. Avventure, passioni. Speriamo molte gioie. Sicuramente il doppio dei dolori.
Sono venute a casa mia e non essendo una grande cuoca ho ordinato una pizza. Qui vicino c’è un ragazzo egiziano che la fa buonissima. La pasta croccante, il pomodoro leggermente acidulo ma non salato. La mozzarella che non sembra neanche da quattro soldi. Margherita. Classica. E Coca cola, naturalmente.
Sono arrivate per prime le più piccole. Hanno quattordici e quindici anni, poi dopo una decina di minuti anche le altre. Quelle del Quartetto. Quasi subito è entrata anche la pizza. Neanche il tempo di un veloce aperitivo, ma patatine e salatini possono rimanere per dopo.

giovedì 25 agosto 2011

Malinteso - racconto breve

Andrea scese dall’auto. Puttana, pensò. Ho bisogno di un po’ d’aria, disse.
L’abitacolo era pieno fino a scoppiare delle stronzate dette da Martina. Andrea sbattè la portiera. La notte gli penetrò nei polmoni. Quando lei gli aveva proposto di tornare in quell’angolo di campagna che per primo li aveva visti insieme, lui aveva pensato a qualche strana strategia femminile per riassestare il loro rapporto. Qualcosa letto su una di quelle riviste che passano con nonchalance dalla tratta delle schiave agli assorbenti interni, Dalle ultime novità della moda, alle quote rosa in Parlamento. Roba da donne.
Magari aveva seguito i risultati di un test intitolato Come riconquistare il proprio uomo. Di quelli con domande tipo: Il tuo lui dorme a sinistra o a destra?, Quanto spesso ti porta fuori a cena? Ma la soluzione offerta non era stata “fagli un pompino come si deve” ma “portarlo nel luogo del vostro primo incontro.

lunedì 22 agosto 2011

Mare color porpora - racconto breve

Navigo in un mare color porpora, immerso nella luce di un tramonto caraibico, nonostante sia seduto su una grigia poltrona.
Sento l’odore pungente della salsedine misto al pulviscolo canceroso del toner. Avverto sul viso il respiro caldo del vento e il gelido flusso costante dell’aria condizionata.
Sto leggendo un racconto durante l’orario di lavoro.
Cosa mi impedisce di sognare? Cosa mi costringe qui? Forse la paura di cambiare e vivere la vita come si mangia un frutto maturo, quando i succhi dolci sporcano le labbra ed il mento.
Vorrei andare.
Devo rimanere.

giovedì 4 agosto 2011

Rapporti con l'editore - racconto noir

L’uomo entra nell’appartamento. Conosce il posto. È già stato lì parecchie volte, in occasioni diverse, con altre intenzioni. Amichevoli nella maggior parte dei casi.
L’appartamento è immerso nel buio. Ovvio. Ogni sua storia comincia con l’appartamento nel buio della notte. Forse c’è qualcosa di psicanalizzabile. Disturberebbe volentieri Mr. Freud, se pensasse che ne caverebbe qualcosa. Ma non crede. Neanche ci spera.  Ripensa alle sedute che la sua donna fece anni fa con un tizio che paragonava ogni azione ad un passo biblico. Che cazzate. Perché non l’Odissea allora? Perché non Topolino? Le labbra si increspano in un sorriso freddo. Guarda un po’ dove ti porta la mente se allenti le briglie.
No, qui è stato tutto stabilito. Non si può deviare dal percorso, né distrarsi. Sei arrivato fin qui, ora fai quello che devi e poi a casa, che tua moglie ti aspetta.

venerdì 29 luglio 2011

Prologo -Il ciclo di Urak- racconto fantasy


Mathra si sveglia. Ha un sapore metallico in bocca. Fatica a tenere gli occhi aperti, un bagliore terribile li offende. I suoni le arrivano ovattati e tenui. Un crepitio continuo. Poi un tonfo, lontano.
Mathra si crogiola in quel tepore. Le sembra di trovarsi stesa sul prato accanto alla sua nuova casa, in quei pomeriggi assolati quando Tulek le si sdraiava accanto, per sussurrarle impacciate parole d’amore. Tulek il cacciatore dei boschi, che aveva voluto erigere il loro nido al di fuori delle mura della cittadina-avamposto, quasi al margine del bosco, dove lui si aggirava come terribile fiera in cerca di preda. Osservavano insieme le nuvole trascorrere nel limpido cielo del nord i due sposi novelli, con quell’amore delicato che li faceva sentire al centro dell’intero mondo. Si bastavano l’un l’altro: il rude cacciatore e la giovane donna.

venerdì 22 luglio 2011

Il libro - racconto horror

Quando arrivo all’appartamento la prima cosa che mi colpisce è il rumore. O meglio la sua totale assenza. Fuori il traffico, le urla, i mille suoni della città. Dentro neppure la minima vibrazione. I peli sulla nuca mi si rizzano, segno ormai inconscio di un pericolo imminente. Lei lo chiama il mio sesto senso da sbirro. Anni di esperienza mi hanno abituato a temere sempre il peggio in ogni situazione. Procedo piano. Sensi all’erta.
Il soggiorno è illuminato solo dalle luci al neon proveniente dalla strada. Tutto sembra in ordine. Non mi aspetto niente di diverso. Conosco Roberto da una vita e persino a scuola aveva i pastelli colorati in ordine su scala cromatica.

giovedì 14 luglio 2011

Scrivere - racconto breve

tik tik tik


Le mie dita battono frenetiche sui tasti. Le lettere appaiono ordinatamente le une dopo le altre sullo schermo. Le lettere generano parole. Le parole concetti. Eccetera.
Seduto alla scrivania sono impegnato da giorni nello scrivere un racconto che possa interessare. Qualcuno, ma anche no.

tik tik sciack (barra spaziatrice) tik tik. punto

lunedì 11 luglio 2011

Incubo - racconto breve


Le pareti di questa stanza mi vengono addosso. Sono muri gommosi, sordi. Il soffitto cola su di me in una melassa appiccicosa e soffocante. Nera. L’unica luce proviene dalla fessura sotto la porta. Striscio verso quell’illusione di fuga. Accosto la bocca per aspirare un soffio d’aria fresca, ma quello che sento è un puzzo orribile. È l’odore della paura. Lo spazio intorno a me si sta facendo sempre più piccolo. Ho paura ma le grida si bloccano in gola. Aiuto. Sto impazzendo. Ormai non ho più spazio vitale. Sono premuto da ogni parte da questa massa gelida. Non posso più respirare. Muoio.

giovedì 16 giugno 2011

Notturno - racconto breve erotico

Lui si sveglia. È notte fonda e nella stanza l’unico suono è il respiro di lei. Il suo corpo irradia un tepore soffice. La sua pelle emana un tenue profumo. È persa nei suo sogni e lui la ama. L’uomo muove titubante una mano verso di lei. È pervaso da pensieri strani, mentre il sangue gli si rimescola eccitante nelle vene. Lei è sua. La sente sua. E ora la desidera. Il suo respiro accelera, mentre il cuore comincia a martellargli nel petto. Le dita piano si avvicinano alla spalla di lei, che indossa una canottiera leggera di seta. Le dita sfiorano finalmente la pelle calda, che ha un piccolo fremito involontario. Chissà come si è tradotto nel suo mondo onirico questo gesto? 

mercoledì 15 giugno 2011

Buio - poesia

Eccomi qui piccola,
sono tutto attorno a te.
Mi chiamo Buio.

Incontro - racconto breve erotico

Con un deciso colpo al pedale misi in moto la mia vespa azzurra e diedi gas per due o tre volte. Sentii l’odore acre della benzina e degli oli bruciati, che salivano verso l’alto in una nuvola azzurrognola. Saltai in sella e mi avviai all’edicola.
Strano, non la uso mai per tragitti così brevi. Tra la mia vecchia casa di corte e la mia meta c’erano infatti soltanto poche centinaia di metri. Comunque in un attimo arrivai e parcheggiando proprio davanti all’edicola da cui mi servivo da anni, anzi direi da sempre, mi chiesi come avrei fatto poi a tornare indietro, dato che mi ero infilato in un senso unico. Senza risolvere il problema entrai in negozio e feci le mie compere. Non ricordo di cosa si trattasse.
Uscito di lì, feci saltare la moto dal suo cavalletto e la girai per tornare indietro a braccio, almeno per un tratto.
La sentii stranamente pesante. Feci molta fatica a trascinarla lungo il marciapiede dal manto disconnesso e pieno di buche. Misi un piede in fallo, la vespa si sbilanciò e dovetti fare da contrappeso con tutto il corpo per poterla rimettere in equilibrio.
Voltandomi la vidi.
Forse era stata lei ad urtarmi leggermente oppure fui io a scansarmi per lasciarla passare, ricordo di averla percepita avvicinarsi.


Il fiume - racconto d'amore

Sai mi sono innamorato.
Ma va? Chi è? La conosco?
No
Com’è? È carina?
Quando la guardo, vedo il mondo intero. Non c’è niente che le si possa paragonare. Perdo ore e ore a guardarla e a godere della sua bellezza. A volta, dopo aver fatto l’amore, fingo di dormire, perchè così anche lei si addormenta ed io posso, sapendola perduta nei suoi sogni, adorarla in silenzio, con tutta l’anima in tripudio, perchè lei è con me.
Molto romantico.
Già.
Ti vedo felice. Tuttavia c’è qualcosa, un’ombra, non saprei.


La Grotta - racconto breve

La marcia è dura. I piedi si fanno pesanti dentro questi stivali fatti di pelle scadente e cartone. Comunque procediamo.
Siamo in cammino da cinque giorni ormai. Non noto il paesaggio che sfila intorno a me. Io sono fermo in questo continuo susseguirsi di passi. Destro. Sinistro. Destro. Sinistro. La sera le spalle sono piaghe. Lo zaino taglia le carni ed il peso del fucile ogni minuto aumenta. Stiamo andando alla guerra.
Non so neanche più chi sia il nemico ormai. Prima gli americani e gli inglesi. Poi i partigiani. Ora i tedeschi, forse. So soltanto che quando arriveremo non sarà per riposare, ma per sparare. E uccidere. Dovrò uccidere degli uomini, senza neanche aver capito il perché. Loro mi spareranno, è ovvio. Forse loro il perché lo sanno. Speriamo di morire per qualcosa almeno.
Mia moglie dice che sto andando a liberare l’Italia. Ma da chi?

martedì 31 maggio 2011

Non tremare - poesia












Non tremare amore
nel gelido vento d’autunno.
Non tremare amore,
se senti vicino il distacco.
Non tremare amore
anche se sei come noi
solo una piccola foglia.

___
Una poesia di AGO

lunedì 30 maggio 2011

Buio - racconto horror


È notte nel grande appartamento. il buio si è insinuato in ogni angolo. l’assenza di luce è forse riflesso dell’assenza dei sentimenti, dell’assenza delle parole e più in generale dell’assenza stessa. non c’è. fine.
L’uomo apre gli occhi e non vede niente. cioè vede il buio, che non è esattamente la stessa cosa. il buio è una condensazione di assenza davanti alle retine scoperte. le palpebre scostate hanno rivelato questo nero sciropposo che si è subito appiccicato agli occhi aperti. e l’uomo è rimasto cieco.
Ha per prima cosa tentato di allungare una mano tremante verso l’interruttore della luce. quella mano trema perchè l’uomo non si è svegliato per caso. è sicuro di aver sentito un rumore provenire da una stanza non meglio identificata. comunque un rumore che in piena notte non si dovrebbe sentire in una casa occupata in quel momento da persone che dormono e ricolma di buio. il rumore è sembrato un tonfo leggero. un piccolo colpo sul legno del pavimento ben lucidato. forse seguito da un tenue scricchiolio. non è certo. alcuni minuti passano. sembrano ore ma il suono non si ripete. l’uomo pensa di aver sognato ma il buio tutto intorno rimane. persiste col suo peso immenso e incorporeo.

sabato 21 maggio 2011

mercoledì 18 maggio 2011

Grido


Fai più attenzione donna!
Non mi vedi? Sono qui.
Sotto ai tuoi piedi





Una poesia di AGO

sabato 14 maggio 2011

Proxima - racconto di fantascienza

Siamo in viaggio da quasi due secoli ormai. Abbiamo attraversato la galassia per raggiungere la stella più vicina al Sole. Infatti eccola là: Proxima Centauri.
Gli scienziati e gli astronomi della Terra erano riusciti a scrutare al di là degli spazi siderali. Avevano visto dei pianeti ruotare stupidamente attorno a questa fiamma nel vuoto del cosmo, come falene attorno a una candela.
Così le agenzie spaziali americana ed europea avevano creato una nave spaziale, capace di affrontare un viaggio che nelle stime degli esperti sarebbe durato circa 40 anni, grazie ad un motore a ioni che le avrebbe impresso una spinta pari a quasi la metà della velocità della luce.
L’equipaggio era stato selezionato e contava cinquanta persone, tutti al di sotto dei venticinque anni di età. Venticinque uomini e venticinque donne. Tra le menti più geniali del nostro pianeta. Le venticinque coppie erano unite da una sorta di matrimonio scientifico. Dovevano accoppiarsi e procreare, così che la seconda generazione avrebbe potuto sbarcare su uno di quei pianeti. E colonizzarlo.

Richiesta di rimborso

Londra, 23 dicembre 1872,

Egr. Phileas Fogg, esq.,
mi chiamo Montgomery Hawthorne e sono anch’io, come sono certo Voi sappiate, un membro onorato del Reform Club.
Ho seguito con molta attenzione seppur discretamente come è mia abitudine, il susseguirsi degli eventi a partire da quel pomeriggio in cui Voi, l’ingegnere Andrew Stuart, i banchieri John Sullivan e Samuel Falletin, il fabbricante di birra Thomas Flanagan e l’honourable Gauthier Ralph avete stipulato quella, mi sia permesso di dirlo, stravagante scommessa.

Sono pronto

Sono pronto. Una nuova missione per me, che in fondo è uguale a tutte le altre. Ma non importa. Sono guidato da un potere superiore, che vede al di là delle azioni contingenti e mi conduce al fine ultimo.
Attraverso una selva oscura irta di pericoli mi incammino a passo sicuro verso la mia meta. Devo salvare la principessa e con lei tutto il Regno. Il destino di un’intera nazione è nelle mie mani. Sono pronto. Dunque cominciamo.
I primi nemici si avvicinano. Sono creature orribili uscite dall’incubo folle dello Stregone Nero. Mi attaccano con artigli e corna e bastoni, ma la mia spada è intrisa della magia bianca. Contro di lei non hanno scampo. A volte alcuni di loro mi colpiscono, ma per ora sono deboli e le ferite lievi. I veri pericoli devono ancora arrivare.

Ombrelli

Non ricordo la data precisa quando cominciò. Ma ho perfettamente in mente la prima volta.
Era una giornata di pioggia intensa. Dal mattino presto un terribile acquazzone infradiciava le strade e le persone di M…
Io uscii, non so se per lavoro o altro, quando decisi di fare una sosta ristoratrice prendendomi un caffé.
Sulla soglia del bar scossi il mio vecchio ombrello nero caratterizzato da un buco su un lembo e una stecca storta. Aprii la porta, mi avvicinai al portaombrelli e lo notai. Era un ombrello. Magnifico. La copertura di tela decorata da disegni blu su sfondo verde, il fusto di acciaio lucido e il manico in legno chiaro. Stava ordinatamente riposto legato col suo cintolino, risplendente sugli altri esemplari tristi e grigi. Scattò subito in me un fortissimo e strano desiderio di possedere quel meraviglioso oggetto, tanto la sua bellezza mi aveva ammaliato. Cercai di mantenere la calma, mentre docilmente mi accodavo agli altri avventori in fila per fare lo scontrino alla cassa. Intanto volgevo intorno lo sguardo cercando di indovinare quale fosse tra i clienti il possessore di quella meraviglia. Nel frattempo arrivai alla cassa e pagai il mio caffé, che sgomitando riuscii ad ordinare al barista.
Quello che mi rimaneva da decidere era quando sarei entrato in possesso di quell’oggetto, cioè quando agire. Il caso decise per me facendo entrare nel locale un gruppo di persone chiassose e vocianti. Finii il caffé in un sorso. Era bollente e ricordo che mi bruciai la lingua. Mi avviai all’uscita e con estrema noncuranza estrassi dal portaombrelli quella specie di dono. Subito fuori della porta col cuore in gola me lo aprii sulla testa, per poi allontanarmi a passi svelti. Ricordo che per paura di essere seguito, presi un tram a caso che stava arrivando e ne scesi dopo alcune fermate.
La mano con la quale reggevo l’Ombrello Meraviglioso, la sinistra, era illuminata di verde e blu. La tela filtrava la luce di questo scialbo mondo, colorandomi di sé. Ah, meraviglia!

Esci da casa. Precipitati fuori e fuggi da quell’odioso energumeno che hai sposato non so più perché. Ogni giorno le vessazioni che ella ti infligge diventano sempre più umilianti e tu sei prigioniero della tua incapacità di reagire. Puoi avere su di lei quest’unica piccolissima rivincita. Prendimi e usciamo. Ora che piove, mentre lei dorme ancora. Lasciale quell’altro striminzito ombrellino nero, che neanche la copre tutta. Certo, quando tornerai a casa lei ti aggredirà per questo, ma che t’importa. Per un attimo lei avrà pagato.

Mentre camminavo nella pioggia, montava in me uno strano sentimento di odio furioso verso quella creatura opprimente, che era mia moglie ma che non conoscevo.
Non andai al lavoro quel giorno, né a casa. Lo trascorsi camminando per le vie di una città affannata e fradicia, sotto certi aspetti sconosciuta, con quei nuovi ricordi e pensieri che mi affollavano la mente. Che non erano i miei ma era come se lo fossero! Nella mia testa, nella mia memoria e anche nella mia coscienza, due personalità, anzi due persone, si osservavano a vicenda e quasi combattevano per il predominio.
Non ricordo come tornai finalmente a casa. Infilai l’Ombrello Meraviglioso con un gesto automatico nel portaombrelli e mi occupai delle solite faccende domestiche non pensando a ciò che mi era successo. Seppur un certo disagio mi accompagnò fino alla notte.
Fu quasi con sorpresa che il giorno dopo mi riaprii sulla testa l’Ombrello Meraviglioso, che di nuovo mi inondò con gli strani pensieri del suo vecchio proprietario, che dovevano essergli rimasti impigliati dentro e che io in qualche modo percepivo.
Così accadde per vari giorni successivi, finche capitai in un bar molto al di fuori della mia solita zona. Entrando riposi l’ombrello all’ingresso insieme agli altri, per poi ordinare qualcosa e sorseggiando (non so cosa fosse, ma ho chiaro il ricordo di quell’idea che nacque mentre ingerivo un liquido caldo), mi venne in mente di cambiare l’Ombrello Meraviglioso con un altro. Forse una prima scintilla scoccò quando vidi nel portaombrelli un esemplare di un bel rosso vivo e di dimensioni fuori dalla norma, che faceva bella mostra di sé tra gli altri. Pagato il conto mi diressi all’uscita e lo estrassi contemporaneamente lanciando un’occhiata agli avventori. Quando le dita si strinsero attorno al manico, incrociai lo sguardo della proprietaria, una ragazzetta bruna dall’aria scialba e un poco volgare. Fu un attimo, il tempo di un respiro e già ero fuori con il Nuovo Ombrello Meraviglioso sulla testa. Ero rosso alla sua luce.

Che fatica tutti i giorni la scuola, con quel ragazzo antipatico che ti prende in giro e ti ferisce chiamandomi brutta. Poi il pomeriggio nel negozio di tua madre a sfacchinare, senza una minima riconoscenza in cambio. Nel sonno abbracci la tua bambola di pezza, unica amica nelle notti insonni. Intanto sogni l’amore, una vita felice che non avrai mai, che sarà stata sempre, come ora, infelicità e amarezza.

Quei pensieri di paura, speranza e tristezza mi penetrarono la mente con tale violenza che ne fui sopraffatto. Chiusi il grande ombrello rosso quasi ansimando. Volevo cambiare ancora vita.
Fortunatamente potevo farlo semplicemente cambiando ombrello e assaporando i nuovi pensieri e i nuovi ricordi che vi avrei trovato impigliati.
Per essere sicuro di trovare felicità nell’ombrello, andai in una zona molto chic della città ed entrai in un’elegante sala da tè. Entrò ad un certo punto un giovane dall’aspetto affascinante con l’aria di chi è sicuro di sé. La copertura del suo ombrello era di uno spesso tessuto di un intenso bruno caldo, con il fusto ed il manico in legno chiaro. Decisi di prendere a lui ciò che a me mancava.
Tale era il bisogno di sbarazzarmi della soffocante angoscia della mia vita opprimente, che senza il minimo ritegno entrai nel locale, scambiai gli ombrelli e uscii.
La pioggia bagnava il mondo intorno.

Sei un manager rampante di una importante società. Incedi tra la gente che ammira i tuoi  modi sicuri e risoluti. La tua vita è un susseguirsi di impegni di lavoro, di feste con gli amici, di incontri galanti e tuttavia è vuota. Dove sono gli amici, dove le donne che dicevano di amarti? Quale è in definitiva lo scopo della tua vita? Il divertimento, i soldi, il sesso sono solo schermi dietro ai quali nascondere un egoismo fine a se stesso. Dove sono tutti quando hai bisogno di aiuto, quando nelle sere solitarie la tristezza ti prende con le sue dita di ghiaccio lacerandoti l’anima?

No, non era possibile! Di nuovo mi precipitai in un altro bar,

Hai ancora tradito tuo marito? Ti senti in colpa, vero? Ma non puoi farne a meno.

E in un altro ancora.

Anche oggi hai pianto, per quella ragazza che non ti guarda nemmeno?

E poi in un altro quel giorno e nei giorni successivi.

Sei solo un piccolo uomo con un piccolo lavoro. Ti senti schiacciato, eh?

Fui uomini, fui donne, fui vecchi e giovani. Ma mai più fui me stesso e ogni giorno innumerevoli volte provai il disagio e il dolore, la tristezza e raramente un barlume di felicità, soffocato e spesso crudele. Sentii le ansie e le angosce di gente che furono me, di vite che divennero la mia, di cui io mi appropriai rubandone frammenti impigliati a quei testimoni silenziosi e memori che sono gli ombrelli.
Ora mi trovo qui senza neanche sapere chi io sia. Solo un ricordo veramente mio è rimasto. Quel vecchio ombrello nero con un buco su una falda e una stecca storta, smarrito chissà dove, che forse trattiene ancora con sè una piccola parte di me.

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Tentativo estremo


Nello scantinato l’odore più forte è quello dei vapori acidi che si sprigionano dagli alambicchi dentro ai quali sobbollono da ore alcuni strani liquidi. Sotto ad essi i fornelli ad alcool forniscono un calore misurato e costante. Perfetto per questo genere di lavori.
L’uomo scende le scale aspirando con voluttà quegli odori. Sa cosa significhino. Sono il frutto di mesi di fatiche e preparazioni, che ora sono giunte a compimento.

Al mattino la sveglia emette il solito grido angosciato. Marco allunga la mano e la spegne accompagnando il gesto con un grugnito lamentoso. Dopo un attimo è sveglio e vigile.

Nekomata


Eravamo in viaggio già da diverse ore, quando cedetti i comandi al mio copilota. Dovetti svegliarlo rudemente, perché le emozioni della partenza e la tranquillità del viaggio avevano avuto l’effetto di far precipitare lui e metà della squadra in un sonno profondo.
Sasaki Hiroshi si svegliò stiracchiandosi e strofinandosi gli occhi cisposi.
Siamo arrivati, Capitano? mi chiese ammiccando, col suo forte accento di Hokkaido.
Certo che no! sbottai. La stanchezza aveva sempre avuto su di me un effetto più che deleterio. Stiamo sorvolando l’oceano e se avessi la cortesia di svegliarti , potrei riposare un poco anche io.
Agli ordini! rispose Hiroshi sarcastico. Non avrei permesso a nessuno di usare quel tono, ma le numerose missioni compiute insieme ci avevano legato tanto da non essere più capitano e copilota, ma quasi fratelli.
Una volta ragguagliato Hiroshi sulla nostra posizione, gli ricordai la rotta da seguire e di chiamarmi dopo tre ore, in modo da potergli dare il cambio. Avremmo continuato così fino alla meta, in modo da essere entrambe riposati ed al massimo dell’efficienza.
Mi alzai dal sedile di comando accarezzando con un dito la fotografia di Sato Harumi la mia fidanzata, che mi aveva atteso per così tanti anni mentre io ero impegnato in guerra. Le avevo scritto una lettera prima di partire. Quanto l’amavo!
Raggiunsi stancamente i sedili nella parte centrale dell’aereo, che erano reclinabili proprio per permettere un riposo confortevole. D’altra parte ero talmente stanco che avrei dormito anche appoggiato ad un lavandino!
Mi sedetti accanto a Yamakuro Takao, l’autore di questo capolavoro di ingegneria. Aveva personalmente progettato e realizzato tutte le modifiche dell’aeromobile Nakajima G5N Shinzan che ci avrebbero permesso non solo di attraversare l’oceano senza scalo, ma anche di completare la nostra missione con la precisione di un chirurgo. Aveva aumentato il serbatoio, creato impianti per il raffreddamento dei motori, aumentato i flap e la portanza dell’aereo, fino a renderlo maneggiabile come un’automobile. Avremmo puntato il bersaglio e colpito senza il minimo errore.
Una volta avevo notato Takao accarezzare distrattamente una ruota del carrello del nostro bombardiere e mormorare qualcosa, nel tipico atteggiamento di un innamorato. Questi ingegneri hanno davvero uno strano rapporto con le loro macchine! Takao svolgeva anche la funzione di addetto al radar ed alle comunicazioni, mentre l’artigliere Fukuoka si sarebbe preoccupato di Nekomata.
Nekomata era ciò che stavamo trasportando. Attraverso i cieli e sopra le onde. Nekomata sarebbe arrivato al suo obiettivo, ponendo termine a questa terribile guerra. Il Giappone avrebbe trionfato sull’America e avrebbe dominato l’Oceano e metà del pianeta Terra.
Nekomata era una bomba. Atomica. In quegli stessi giorni anche gli alleati tedeschi avrebbero sganciato bombe simili su Londra e Mosca. La guerra sarebbe terminata in un tripudio di fuoco. Il sole avrebbe visto nascere sulla Terra i suoi stessi figli, mentre i nostri nemici sarebbero capitolati senza mai più risollevarsi.
Il piano era semplice e ardito allo stesso tempo. Ci saremmo diretti verso gli Stati Uniti d’America con una rotta ad arco, in modo da evitare più possibile la flotta nemica con la sua contraerea. Una volta giunti nello spazio aereo americano, il nostro obiettivo sarebbe stato il parco di Yellowstone. Perchè proprio Yellowstone? I nostri scienziati ci avevano indicato il cratere di Mammoth Hot Spring come un punto debole della crosta terrestre in territorio americano. Se i loro calcoli fossero stati esatti, e su questo ci si poteva scommettere, la crosta terrestre lì era sottile come una foglia secca. L’impatto della bomba e la sua forza esplosiva avrebbero creato una frattura di un’importanza tale da sconvolgere gli States, che avrebbero dovuto dichiarare la resa per permettere all’esercito di risolvere i problemi in patria.
Il Giappone avrebbe così esteso la sua influenza fino alle coste americane, se non oltre, e poi con un fronte finalmente silente, avrebbe potuto terminare la conquista dell’Asia orientale e meridionale. Sicuramente gli australiani, perdendo il loro alleato più potente, si sarebbero arresi e sottomessi all’Imperatore.
Così l’azione di quattro uomini avrebbe risolto il conflitto.
Ero fiero del compito affidatomi.
Appena mi stesi sul sedile mi addormentai, anche se i sogni mi impedirono di riposare.
Visioni tormentate di uomini e donne in fuga da un orrore terribile si affollavano nella mia mente. Mi sembrava di essere fermo sulla soglia di un evento terrificante. Loro correvano nella mia direzione, in fuga. Mentre mi superavano vedevo i loro volti straziati e le loro espressioni di panico. Alcune donne portavano al seno dei bambini piccoli, mentre altre tenevano per mano dei ragazzetti tutti pelle e ossa dagli occhi incavati e dalla pelle grigiastra, che a stento avrei riconosciuto come persone.
Improvvisamente all’orizzonte vidi una luce accecante e un istante dopo un’ondata di calore mi investì, lacerandomi la pelle. Il calore era così insopportabile e il dolore delle mie carni bruciate così lacerante che mi svegliai di soprassalto, ansante e grondante sudore.
Dovetti aver urlato, perchè gli altri mi guardavano spaventati a loro volta.
Tutto bene, Capitano? mi chiese Hiroshi dal posto di comando.
Si, maledizione, risposi con il sapore della bile che mi inacidiva la bocca. È stato solo un sogno. Cercavo di ricordare a me stesso che solo di un sogno si era trattato, anche se l’inquietudine che mi aveva serrato l’anima in una gelida morsa non voleva andarsene.
Bevvi un sorso d’acqua e affiancai Hiroshi.
Ha ancora tempo per riposare Capitano, mi disse sollecito, probabilmente notando l’espressione stravolta sul mio viso.
Non importa Hiroshi, credo che non riuscirei più a dormire, comunque grazie. Maledetto Tofu! Aggiunsi poi a mo’ di scusa, perchè mi vergognavo molto di aver mostrato una simile debolezza.
Le ore passavano con una lentezza esasperante.
Il silenzio radio che ci eravamo imposti per non rischiare intercettazioni e la via totalmente sgombra di pericoli, ci aveva lasciato praticamente liberi da ogni dovere. Per mantenere la rotta ci bastava solo qualche occhiata alla bussola e all’altimetro.
Fukuoka tirò fuori inaspettatamente una tavoletta per il Go con due sacchetti di pietre bianche e nere. Takao subito lo sfidò. Dopo aver preso il sacchetto di pietre nere, cominciò a disporle sul goban.
La partita durò quasi un’ora e vide la vittoria di Fukuoka, anche se di stretta misura. A quel punto mi sentì in dovere di brindare con un bicchierino di saké che mi ero portato a bordo all’insaputa dei miei superiori.
Il liquore caldo ci rinvigorì e tutti ci sfidammo in quell’antico gioco di strategia.
Alla fine vinse il sergente Fukuoka al quale spettò una doppia razione di saké.
Dopo alcune ore finalmente giungemmo in vista del territorio americano.
La linea della costa si profilava all’orizzonte come una bassa nuvola tempestosa. L’alba ormai prossima colorava il cielo di un rosso intenso. Salutammo il sole sentendoci veramente i suoi figli prediletti. Amaterasu ci baciava dolcemente coi suoi raggi e non potevamo che prenderlo come un dolce incoraggiamento.
Dalla conformazione del territorio e dal calcolo della nostra posizione capimmo di essere un po’ troppo a nord. Quasi in territorio canadese. Decidemmo allora di penetrare nello spazio aereo di quel Paese per evitare l’agguerrita contraerea americana.
Fu una buona decisione perchè non incontrammo nessuna resistenza. Quando giungemmo alle pendici occidentali delle montagne rocciose virammo verso sud alzandoci di quota. Seguimmo la dorsale montuosa fino al territorio americano.
I nostri aerei spia avevano mappato il territorio con una certa precisione, che ci permise dopo alcune rilevazioni di capire esattamente la nostra posizione.
Sotto di noi scorreva il territorio del Montana, ma non era quello il nostro obiettivo.
Dopo circa 26 ore di volo consecutive fummo in vista dell’obiettivo: i crateri del parco di Yellowstone.
Il nostro compito sarebbe stato quello di far esplodere la bomba Nekomata nel Mammoth Hot Spring, la più grande delle bocche eruttive del parco. Lì l’ordigno avrebbe dato il via ad una reazione a catena che avrebbe fatto risvegliare il vulcano addormentato sotto le montagne. I nostri scienziati avevano impiegato anni per rubare queste informazioni agli americani. Innumerevoli spie erano morte, per portare queste informazioni ed ora, grazie a noi, il frutto di un lavoro tanto impegnativo era pronto a cadere nelle mani dell’Impero del Sole.
Mi rivolsi ai miei compagni di viaggio:
Signori, noi tutti siamo giunti fin qui per portare a termine un’azione che non esito a definire eroica. Il nostro sacrificio sarà ricordato nei secoli. Gli Imperatori accenderanno incensi ricordando i nostri nomi, resi immortali dalle nostre gesta. Vi prego di andare ai vostri posti. Stiamo per scrivere la storia!
Con i petti colmi di emozionato orgoglio ognuno si dispose al suo posto.
Fukuoka si sedette sul suo sedile. Notai che chinò il capo e si raccolse in una silenziosa preghiera. La sua figura ebbe un tremito, quasi che sentisse su di sé il peso del mondo intero.
Io mi avvicinai alla cloche e con lo sguardo cercai il volto sorridente di Sato, così bella e spensierata, poi iniziai la discesa che ci avrebbe portato al nostro obiettivo.
Dopo alcuni minuti di volo, Hiroshi spezzò il silenzio annunciando: Eccolo lì!
Il cratere si apriva  lungo una vallata immersa nel verde delle foreste di conifere. Il fumo sulfureo che si alzava dalle pozze gorgoglianti era ben visibile nel freddo del mattino di montagna. Alcuni uccelli rapaci si stavano mollemente facendo trasportare dalle correnti ascensionali, in cerca di una facile preda.
Tutti scattarono d’improvviso, ripetendo per l’ultima fatale volta ognuno i propri compiti.
Io posizionai il velivolo su un piano orizzontale a circa cinquecento metri dal suolo nello stretto vallone che portava alle bocche eruttive. Circa due km prima dell’obiettivo.
Fukuoka si spostò alla posizione di lancio. Non aveva mai mancato il suo obiettivo in tutte le prove che avevamo fatto. Quando un giorno gli chiesi come diavolo facesse, lui mi ripose che semplicemente chiudeva gli occhi e sentiva il momento. Non so come facesse, ma era bravissimo.
A circa millecinquecento metri dall’obiettivo Hiroshi collegò un registratore e diffuse la musica celestiale dell’inno dell’Impero del Sole. I nostri cuori erano gonfi di orgoglio e di adrenalina.
Mille metri. Ci siamo, ragazzi. Siate pronti e orgogliosi di servire gli dei del Giappone. Ecco la gloria immortale!
Cinquecento metri. Fukuoka sganciò la bomba che si staccò dal suo alloggio con un ronzio mesto e scivolò fuori dalla stiva, compiendo una lenta caduta parabolica verso i geyser.
Zero metri. La bomba penetrò nella cavità accanto al geyser, scavando una fossa di quasi venti metri nel suolo. Potemmo sentire l’impatto dalla nostra posizione.
Quando fummo quasi a un chilometro dal punto di contatto, un rombo inaudito si levò dalla terra. Tutti ci voltammo pieni di terrore, mai avevamo pensato che l’effetto sarebbe stato di tale immensa potenza.
Diedi gas ai motori, tirando la cloche per guadagnare quota, mentre insieme agli altri mi voltai per osservare quel terribile spettacolo.
La terra si stava gonfiando, come una immensa bolla. Intanto il terreno tutto intorno al cratere formato dalla bomba cominciava a tremare e sussultare. D’un tratto tutto si illuminò di una luce accecante e subito dopo la bolla esplose in un’immensa colonna di fuoco e magma incandescente.
L’onda d’urto ci raggiunse, percuotendo l’aereo, svellendo le lamiere della fusoliera e delle ali. Persi il controllo e mollai i comandi.
Dietro di me sentì Fukuoka e Takao che urlavano, mentre Hiroshi imprecava violentemente.
Non sarebbe dovuto andare così.
Qualcosa non aveva funzionato a dovere oppure qualche calcolo era stato sbagliato.
Guardai un ultima volta la foto di Sato, che si stava accartocciando per l’immenso calore. Poi, insieme ai miei compagni, morì.

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Un racconto breve di AGO